Ezio Gribaudo | Enrico Crispolti – Logogrifi
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Enrico Crispolti – Logogrifi

I “legni” di Gribaudo ci propongono immagini inedite di “natura”, Direi esattamente di una “natura” attraversata da una pratica tecnologica, ma infine ricuperata proprio come tale, al di là della tecnologia. Insomma, le sue, sono possibili immagini attuali, postecnologiche, di “natura”. Queste immagini nuove ci si offrono anzitutto configurate in un’estrema concretezza di riferimento. Infatti sono una sorta di altorilievo scavato nel legno naturale, nel legno di tiglio, che ci si presenta del tutto semplicemente grezzo, dichiarando cioè interamente la propria origine, e tutta la sua qualità di brano di natura immediatamente riconoscibile e verificabile. Ed entro questa concretezza, di materia naturale autentica, vera, ci è offerta un’immagine in certo modo di sintesi ecologica. È infatti un’immagine quasi di livelli di quota di un plastico, che tuttavia è come attaccata da dei tarli, da delle incisioni, quasi di logica organica, che ne bucano i livelli più interni, le quote più basse. Ce ne viene dunque un’immagine sintetica di “natura”, intesa infatti quale segno simbolizzante una ricchezza di liberi movimenti orografici, e insieme quale proposizione d’un immediato contatto di materia, il legno appunto. Immagine insomma simbolizzata della natura, ma data nel concreto di una materia naturale, che ci si dichiara come tale, nel ricco fascino della sua grezzezza. I “legni” di Gribaudo sono il risultato di un suo lungo percorso di ricerca, che rimonta a quel ricupero, quindici anni fa, di immagini in negativo che egli aveva proposto nei suoi “flani” di giornale (le forme entro le quali si realizzava allora la fusione intera e finale della pagina di un giornale). Vi ricuperava i diversi segni tipografici, a costituire una nuova possibilità d’immagine divenuta concretamente oggetto, e non più di rimando soltanto ideale. Lungo la seconda metà degli anni Sessanta, poi, i logogrifi di Gribaudo proponevano vere e proprie immagini segnate in negativo, attraverso l’impressione, in carta di clichés tipografici manipolati. Erano fogli di grande fascino nelle immagini impresse bianco su bianco (opere con le quali Gribaudo ha vinto il premio per l’incisione nella Biennale Internazionale d’Arte di Venezia del 1966). Un fascino che in questi “legni” si rinnova, ma in termini diversi, proprio nella tonalità della materia grezza “a vista”. E ai “logogrifi” Gribaudo ha cominciato a pensare, ad un certo punto, come a “sculture portatili”. Alla fine degli anni Sessanta i logogrifi del resto hanno preso una tale consistenza plastica, dico proprio di spessore, realizzati non più sul foglio di carta, ma in fogli di polistirolo espanso (sempre bianco, naturalmente: e bianco inciso nel bianco, pur con l’inevitabile gioco di ombre abbastanza profonde), da divenire dei veri altorilievi, presentatisi anzi a volte come dei cubi con le facce ad altorilievo. I ”legni” sviluppano negli ultimi anni quella lontana esperienza, ma aprendo ad una sorta di ”grande stile”. E al tempo stesso affinano la tematica dei rilievi incisi da Gribaudo. Non più infatti soltanto ”silhouettes” di immagini, memorie di figure e di situazioni, ma preponderante il tema della natura, di un’immagine sintetica, aerea e concettuale (giacché simbolica) della natura, realizzata appunto in una materia concretamente naturale, come il legno. Se i logogrifi su carta e su polistirolo, nel loro stesso candore (bianco su bianco) apparivano un po’ come un’estensione in oggetto della pagina, del campo insomma della grafica, qui, nei “legni”, siamo invece nel pieno dominio di spessore plastico delle possibilità della scultura. I “legni” di Gribaudo sono infatti ipotesi di scultura, realizzata con la disinvoltura di figurazione di chi ha lunga esperienza di manipolazione della realtà grafica della pagina, segni ed immagini.