Giovanni Arpino

La stregoneria può essere bianca. Nel giro di sette versi Raffaele Carrieri ha usato tutte le parole che “agiscono” per e con Ezio Gribaudo. Parole come tracciati, cataclismi, futura geografia, prismatica formazione: punti d’incrocio della ricerca magica che Gribaudo intende operare su materiali e spazio che li circonda. Ezio Gribaudo ama il gesto elegante, la parola precisa, il tono e il contorno esatti, il particolare che obbedisce a una sua classica necessità, ama i colori che si avviano in olocausto verso un unico colore che possa riassumerli e annullarli, ama la grafia pulita ed essenziale, la composizione che si installa nel vuoto secondo inalterabili regole geometriche, ama la conseguenza che una linea viene imponendosi da se stessa, ama ciò che è asciutto, limpido, secco, riducibile e tuttavia fantastico come la spirale d’un guscio, la lama d’una valva il panorama disegnato su una mappa, l’effimero triangolo tracciato su una lavagna. Il segno di Gribaudo è nuovo eppure antichissimo: antico come certe linee compositive giapponesi, che solo apparentemente si legano nel disegno di un albero, di una casa, e nuovo come l’aria che vibra attorno alle ultime guglie architettoniche del nostro mondo in decollo, da Capo Kennedy agli agglomerati urbani visti nel guizzo di un jet a ottomila metri d’altezza. Il suo atto stregonesco è tuttavia puro, fiducioso, mai soggetto ad allucinazioni, mai produttore di paure. La magia nera (pittorica e no) agiva smuovendo sostanze cupe, inventando ondeggiamenti di uomini e cose, voleva la notte, la complicità, la confusione. La magia bianca è planimetrica, misurabile, si esprime attraverso formule solari, all’invocazione e al fonema ha sostituito il numero. I logogrifi di Gribaudo parlano: sono l’invenzione lievissimamente sofisticata delle nostre indecifrate Pompei, dove noi tutti siamo già sotterrati, bruciati, ma con il dono di vederci lì, immobili, con la facoltà di poterci compiacere e compatire a vicenda. Ciò che in noi ha potere di fantasma, e ben calibrato e fulmineamente ordinato in questi biancori assurdi, che ci stupiscono e insieme ci persuadono con il segreto della loro familiarità. Qui è il nostro fiore gessoso, la nostra mano scheletrita, il nostro occhio fulminato, i nostri aliti visibili come filamenti. Le spiagge surrealiste erano popolate di emblemi che una troppo lunga navigazione umana aveva sparso nelle ultime ondate: cuori, pianoforti, lacrime perlacee, fiori, torsi troncati, ossa, sorigni, ricordi di precedenti diluvi. Mancava, di queste spiagge assurde, una lontanissima distaccata visione, espressa da chi, come noi, non appartiene già più a questo mondo. Le mappe di Gribaudo tendono ad assolvere questo compito. Di tanti relitti sparsi, non è rimasto che un labile tracciato, un ghirigoro nella sabbia, dove un cuore o un pianoforte o una lacrima si trascinarono per anni di scostumato, insensato, forse inutile martirio. Viste dall’alto, da un’altissima punta celeste, – quelle spiagge sono tornate ad essere minuscole isole di sabbia ferma, pulita, accecata, salata. Ogni ghirigoro, ogni contorsione, sono una storia che non sappiamo più recuperare nella sua integrità vera. Ma come ogni fine, anche questo è un principio, lo scatto verso un’altra ricerca. La natura compositiva di Gribaudo ha bisogno di ulteriori elementi per tracciare un itinerario completo di questo suo “giudizio universale” che non avanza con squilli di trombe fatate e zoccoli sferraglianti, ma col passo lieve e gelido delle macchinazioni. L’ulteriore elemento siamo noi, fiori secchi già impaginati e invisibili tra le quinte esoteriche dei logogrifi.

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