Janus – 1973

[…] Ezio Gribaudo ci presenta appunto uno degli aspetti più caratteristici di questa tendenza: la sua arte è una ricerca di questo mitico “testo” che il tempo ha frantumato, e che l’intelligenza vuole ricostruire a tutti i costi per proclamarne la necessità spirituale. Non ci sarebbe possibile vivere – e sopravvivere – senza questa struttura che non ha nutrimento solo nel pensiero o nella fantasia, ma nella nostra più intima condizione umana. Esistiamo perché anche noi siamo un “testo” (della natura o dell’intelligenza o di Dio, ma sempre il risultato e la conclusione di mille altre azioni che formano la “storia” e la “civiltà”). Gribaudo con lo spirito dell’amanuense sembra ricomporre lettera per lettera un’antica scrittura, un messaggio sopravvissuto ai diluvi ed alle distruzioni: qui è la lotta dell’intelligenza contro l’ignoranza, della chiarezza contro l’oscurità. Le sue “pagine” offrono la visione d’un testo che un poco alla volta affiora alla superficie, come un palinsesto che all’improvviso scopra tesori e segreti di lingua insperati. Il suo lavoro è quello della pazienza ed anche quello della fiducia: bisogna credere alle parole anche se esse appaiono arbitrariamente collocate, in un contesto linguistico del tutto nuovo, ma dietro la caotica disposizione dei segni, di cui Gribaudo è un attento cultore, avvertiamo che dove arte e letteratura si ricongiungono l’uomo riesce di nuovo a comunicare ed a trasmettere il proprio messaggio, che è anche quello della bellezza e dell’equilibrio oltre che della verità. Le pagine di Gribaudo (così ci piace chiamare i suoi quadri poiché ci appaiono come le pagine d’un grande libro) hanno il dinamismo di questa esigenza intellettuale: approdare nuovamente sulle soglie di questo testo che è presente e futuro, che è fantasia ed è storia. Sono pagine talvolta inquiete poiché cercano una nuova regola, quell’ardua segreta sintassi che è nell’aspirazione di ogni artista, un testo che non sia soltanto descrizione di avvenimenti o di cose, ma prima di tutto un simbolo, il testo di se stesso, come una rivelazione. Il mondo di Gribaudo parte da questi presupposti: che nella babele delle lingue (e dei pensieri) esista una lingua (ed un pensiero) più universale che tutte forse le racchiude. Nei suoi quadri c’è la descrizione di questa struttura che a volte ha l’apparenza d’una precisa nomenclatura, altrove d’una poesia figurata o d’un racconto o d’un dialogo tra invisibili interlocutori. Tavole d’una arcaica sapienza o pagine d’un libro futuro, sono quadri che compongono una vasta narrazione d’avvenimenti che riguardano assai da vicino questa tensione intellettuale del nostro tempo, conteso tra la negazione e la libertà, poiché in definitiva l’affermazione del testo, in ogni epoca ma soprattutto nella nostra, non è altro che l’aspetto più rilevante di questo diritto alla libertà. Questo ci piace appunto nel lavoro di Gribaudo: nel generale smarrimento la presenza della sua coerenza espressiva, la fermezza delle sue convinzioni estetiche, l’equilibrio faticosamente conquistato nel chiuso spazio d’ogni suo quadro. La sua lingua è uno specchio che muta le immagini ed i suoi significati, che soprattutto cerca nuove combinazioni di segni e di pensieri, estrosi accostamenti di nuove forme, poiché la forma, in questo genere di opere, e come un trapezio sospeso tra due lontani valichi. Nulla è al suo posto originale, poiché tutto si muove nel tempo e nello spazio, le cose sono state frantumate poiché piu profondo sia il piacere della loro riscoperta. Le immagini del mondo giacciono infinite davanti a noi, già consunte dal tempo, sfigurate dalla polvere. Ma l’artista cercherà di nuovo di possederle e di ricrearle riportandole a nuova vita, collocandole nelle dimensioni del suo quadro. Questa sua invenzione coincide con la creazione d’un testo-soggetto che in Gribaudo assume l’aspetto d’una ricca antologia ove sono elencate le sue immaginarie parole. Nelle sue pagine così folte di simboli, di neologismi, di riferimenti culturali, il rigore linguistico è costantemente mitigato dal gusto dell’invenzion e della fantasia; l’immaginazione estrosa e bizzarra anima e illumina questo suo mondo di segni-parole. Dalla profondità dei monemi salgono alla superficie limpide e chiare forme che anche mutando di significato e di struttura non perdono per questo la loro intelligibilità. Il ritmo delle cose qui è più intenso, si susseguono l’una accanto all’altra, senza interruzione, poiché la parola non ha fine, ma estende se stessa oltre ogni uomo che la pronuncia. Non c’è differenza e non c’è spazio tra le parole antiche e le parole moderne, le une sempre comunicheranno nelle altre. La “pagina” di Gribaudo è questa parola ed è questo testo che penetra in una larga porzione dello spazio e del tempo.

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