Martina Corgnati – I dinosauri di Gribaudo

[…] I primi Paesaggi e dinosauri su iuta sono apparsi nel laborioso continente della produzione di Ezio Gribaudo corredati da un riferimento cronologico anomalo, e in qualche misura sorprendente: 1974-83. Una datazione ambigua che però è gia in sé garanzia di continuità: nove anni infatti sono stati necessari all’artista per elaborare e risolvere un’unica immagine. O, per dirla in altri termini, nove anni ha impiegato il primo dinosauro ad occupare uno spazio nell’universo espressivo di Gribaudo, che fino a quell’epoca, nei primi anni Ottanta, di elementi così fortemente referenziati ne aveva accolti assai pochi. Una gestazione in un certo senso paragonabile a quella incommensurabile dei dinosauri veri, durata epoche intere e destinata a produrre una classe di vertebrati terrestri in grado di dominare la Pangea per ben 120 milioni di anni. A una tanto meditata creazione corrisponde giustamente un altrettanto ponderato sviluppo, ricchissimo di momenti diversi e variazioni. Dall’83 ad oggi infatti il dinosauro è stato per Gribaudo quasi un tema musicale,- un “dato”, suscettibile di incarnare le più varie ricerche formali e strutturali, una forma dove si è annidata tutta l’ansia, o meglio la volontà sperimentale, il contenitore che ha raccolto l’evoluzione incessantemente in atto nel linguaggio espressivo dell’artista. Elaboratore di segni onnivoro come pochi altri, Gribaudo manipola infatti avidamente, da oltre trent’anni, gli strumenti della grafica, della calcografia, del collage, del rilievo, della scenografia, della scrittura e della pittura “propriamente detta”. Negli anni Sessanta, come ha acutamente notato Renzo Guasco, la sua ricerca trova tempestivamente più di un punto di contatto con la pop art: nel fatto, per esempio, che la sua fantasia scatti “quasi sempre a contatto di oggetti e situazioni di carattere tecnico: motori, automobili, macchine tipografiche, caratteri di stampa, cliché, flani, fotografie”. Oppure nella sua stessa formazione: quella di un pittore ma anche di un grafico professionista, come Andy Warhol. Grazie a questa fortunata congiuntura di necessità pratica e di vocazione creativa, Gribaudo glissa già in partenza qualsiasi equivoco umanista: “escluso il rozzo e arcaico torchio a mano, simbolo di un universo artigianale ancora agevolmente riducibile ai consueti valori umanistici, Gribaudo preferisce portarsi nelle zone dove la stampa diviene una tecnica estremamente artificiale…”, come ha scritto Renato Barilli, e si sporca le mani nel mondo contemporaneo. Ma contrariamente agli adepti della pop art, il cui lavoro trasferisce il “significato” dell’opera dal piano estetico a quello comunicazionale, evidenziando cosi, con una forza icastica fino a quel momento del tutto imprevista, i contenuti, la qualità stessa del reale, Gribaudo invece trasforma il “fatto” in segno, “il fatto in forma”, per ricordare le parole di Giuseppe Marchiori. E riconduce così le manifestazioni del reale, la cronaca, dall’ambito comunicazionale a quello estetico, partendo oltretutto in molti casi, non dall’immagine ma dalla parola, dal fatto scritto nel flano tipografico. E dimostrandosi così, in questo modo sottile, un viaggiatore squisitamente europeo […].

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