Ezio Gribaudo | Nico Orengo – Gribaudo la Cina
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Nico Orengo – Gribaudo la Cina

C’era una volta un  pittore. Si chiamava Ku Ciu, era nato a Sciaoscing nel Cekiang. Sapeva, Ku Ciu, che gli elementi dai quali si generano tutte le cose sono quanti le dita di una mano, cinque: metallo, legno, acqua, fuoco, terra. Di terra erano i suoi colori, che mescolava all’acqua e impastava sul fuoco e stendeva su tavolette di legno o di metallo. Ku Ciu, con gli elementi che del Nulla avevano costruito il Tutto, era diventato un pittore grato. Ku Ciu attraversava il Paese e sulle sue tavolette di legno e di metallo disegnava il mondo: meloni d’acqua e conchiglie “spaventadiavoli”, fagiani selvatici e cutrettole, fiori di cassia e alberi di ciliegio, rive marine dal color di giada e lune d’oro. Ku ciu, andava, per la Grande Cina, con passo calmo, lo sguardo goloso, fermandosi appena per bere una tazza di te o vino caldo, mangiare una ciotola di riso o fagioli. Attraversava, Ku Ciu, villaggi, boschi, pianure, stagioni di neve e petali rosati, riempiendo le sue tavolette di legno e di metallo. Poi, un giorno, Ku Ciu si fermò: davanti a lui c’era nuovamente il Nulla: nessuna pagoda, nessun drago, nessuna pietra. Ku Ciu si guardò alle spalle, il Nulla era anche là, aveva cancellato pagode e fiumi, voli d’aironi e salti di rane. Ku Ciu fu preso da vertigine ma cercò di non smarrirsi. Incominciò ad estrarre dalla gerla, che teneva appesa alle spalle, le sue tavolette di legno e metallo e a lanciarle in quel Nulla. Come un incanto tornavano a fiorire la cassia e il ciliegio, a saltare draghi e rane, a volare fagiani selvatici e aironi. Ku Ciu affrontò con il cuore più sereno la strada del ritorno… Ezio Gribaudo, in Cina c’è stato da poco, dice che Ku Ciu deve essere ancora lontano, ancora in lotta con i margini della terra d’Oriente perché lui non ha visto pagode, draghi, maree di meloni, foreste di bambu neri, templi con elefanti e capricorni. Quello che c’era è ancora chiuso nella gerla di Ku Ciu, dipinto sulle sue tavolette di legno e di metallo. Ma qualcuna di quelle preziose tavolette, dove c’è la Cina rapita, è stata recuperata da veloci corrieri, su mongoli cavalli, per essere ora custodita dentro ai musei. Ed è nei musei che Ezio Gribaudo ha potuto vedere la Cina e la sua arte; lì ha recuperato gli antichi segni e colori di un tetto di pagoda, di una coda di drago, di una piuma di cutrettola. Ha ritrovato quella realtà che il tempo trasforma in memoria, lo scarto in vibrazione, in “sogno di una cosa”’. E recuperare vuol dire reinventare, portarsi ad un falso azzeramento che permette innesti di nuova meraviglia, di incrocio fra culture e sensibilità diverse: una scorribanda, come l’avrebbe chiamata Victor Segalen, fra sé e l’opposto da sé. Ma, soprattutto, sembra suggerire Ezio Gribaudo, per non correre il rischio, sempre presente, l’errore continuamente ripetuto, di Ku Ciu: quello di cancellare il mondo,riproducendolo, con fedele gratitudine.