Nicola Micieli – Gribaudo, opere dal 1963 al 1988

[…] Credo che nell’opera di Gribaudo sussista un margine d’attualità esistenziale, specialmente nei Flani e nei Logogrifi: precisamente nel presupposto concettuale che guida l’artista quando si appropria di materiali e tecnologie moderne per inserirsi nel discorso critico sulla comunicazione, in un mondo che va sempre più divenendo un “villaggio” totale. L’attualità esistenziale sta in ciò: che la partita della crisi di identità dell’epoca nostra si gioca anche sul discrimine del linguaggio, sull’oscillazione possibilità/impossibilità di ricezione e di emissione, di apprensione e di espressione in un universo conoscitivo che è di fatto frantumato, non ricomponibile in unità, epperò nel suo insieme si comporta come una totalità eterodiretta e impenetrabile, pertanto minacciosa e irrazionale. Su questo piano opera Gribaudo, praticamente da sempre. Egli propone brani della costellazione dei segni fluttuanti, che provengano dai santuari della civiltà tardo e post-industriale (come nel recupero dei flani e dei cliché tipografici o altri oggetti d’uso nella tecnologia della stampa, della quale egli utilizza anche i procedimenti e alcuni “rifiuti”, come i fogli inchiostrati di scarto su cui intervenire) o dal recinto iperconsacrato in cui si identifica la chiesa di Roma nella sua bimillenaria insistenza storica, che è il caso del ciclo sul Concilio di cui si dirà. Che appartengano al repertorio basso dei mass media, nelle versioni più orizzontalmente spiegate al consumo gastronomico, o siano assegnabili al livello “alto” del consumo elitario; che siano d’appartenenza sociologica, quali simboli di stato o feticci appetibili sul piano collettivo, o riguardino la sfera privata, Gribaudo cattura i segni e li filtra alterandone la struttura e la consistenza, la semantica e la morfologia, per restituirli come tracce o impronte, ossia come segni “altri”, comunque diversi dagli originali: talora imprevedibili e affascinanti invenzioni grafiche, talaltra rarefatte e stranianti atmosfere; ora impalpabili ed effimeri ora magmatici e ribollenti; preziosi e barbarici; lucidi e ironici oppure formalmente impersonali come un asettico campionario di cifre stilistiche. In questa logica dell’appropriazione e del rilancio dei segni, appare importante il discorso sul meccanismo creativo e sulle fonti dirette o indirette di approvvigionamento dei materiali segnici e iconici tanto abilmente manipolati, non meno che degli oggetti utilizzati in modo strumentale, poniamo per rilevarne l’impronta calcografica, o addirittura inclusi come un ready made nell’opera. Tali fonti sono molteplici e diverse. Esse appartengono per molta parte, e specialmente nel filone centrale dei Flani e dei Logogrifi, all’ambito della tecnologia, in particolare della tecnologia della stampa e dei media, che è – occorre ricordarlo il campo formativo di Gribaudo, il quale proviene dalla progettazione grafica e ha sempre condotto, in parallelo a quella artistica di pittore e grafico, una cospicua attività editoriale d’arte, curando presso prestigiosi editori collane di primaria importanza, a tutti note per la tempestività di individuazione dei valori e quindi l’attendibilità della proposta culturale. Dei Logogrifi e del ruolo della tecnologia nell’operatività di Gribaudo si dirà diffusamente più avanti. Ora si noterà che l’artista torinese attinge anche al laboratorio sociologico, alla cronaca di attualità politica e del costume, per quanto il suo intervento non si sia mai configurato in termini di enunciazione ideologica o di pronunciamento critico, avendo semmai operato una sorta di azzeramento e comunque di depotenziamento dell’ immediata referenzialità sociologica del tema, per ridurlo a motivo formale da rilanciare come simbolo grafico sottilmente allusivo, in senso ora ironico ora evocativo. Penso, ad esempio, alla serie delle opere dedicate, nel 1963-1965, al Concilio Vaticano Secondo, in cui il motivo dell’adunanza ecumenica che ha impresso una svolta alla presenza della chiesa nel mondo moderno, diviene una sorta di suggestiva parata di segni ed insegne emblematiche, di impronte e ghirigori rabescati. Sullo sfondo d’una basilica di San Pietro che ha perso la sua mastodontica corporeità e appare assorbita nello spazio con la fuga dei portici berniniani e il corredo dei marmi, delle colonne e delle statue – elementi plastici risolti nella fluenza liquida del segno pittorico – mitrie e piviali si stagliano come campi araldici su cui s’imprime in evoluzione labirintica la linea, e sono la sintesi formale, nella loro compita probità estetica, in cui si manifesta il percorso secolare dell’istituzione religiosa, il cui sforzo di modernizzazione Gribaudo rappresenta mediante l’aggiornamento dei simboli visivi. E come se si traducesse il percorso storico della chiesa in un cifrario di segni decorativi che araldicamente designano le varie età e ne registrano i peculiari valori, però mantenendo una sostanziale continuità linguistica. Ossia come se gli antichi linguaggi dei mosaici e degli affreschi, degli spazi architettonici ritmati strutturalmente, segnati e decorati secondo ordini concettuali e finalità didascaliche e simboliche diversi nel volgere del tempo, per significare la volontà di rinnovamento della Chiesa nella continuità della tradizione, si intrecciassero e si coniugassero – come accade nel ciclo pittorico di Gribaudo – con i codici visivi espressi dalla sensibilità del mondo contemporaneo, e in particolare con i morfemi che gli artisti, specie i piu consentanei alla personalità e al gusto di Gribaudo, hanno affidato in eredità al nostro tempo. Ecco dunque le antiche astrazioni integrarsi alle nuove, i bizantini e i barocchi interloquire con i moderni informali, cui si devono gli effetti di agitazione della materia nella indefinitezza dello spazio, e con gli astratti delimitatori di campiture sintetiche: con l’abbrividente avventura spaziale dei tagli di Fontana, con la codificazione delle cifre segniche di Capogrossi […]

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