Ezio Gribaudo | Adriano Spatola – Ezio Gribaudo il peso del concreto – 1968
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Adriano Spatola – Ezio Gribaudo il peso del concreto – 1968

Il bisogno di contatto tra i ricercatori che lavorano nei più diversi campi della cultura sperimentale è il sintomo di una situazione nuova, che nasce da un atteggiamento inedito verso la realtà. Questa verità elementare sembra avere un particolare significato per la poesia, che si presenta oggi come un’area vastissima che vive e si sviluppa mediante un gioco complicato di relazioni fra tutti i suoi punti di riferimento, tanto interni che esterni. Questo impulso a uscire dai confini del proprio territorio è ormai un carattere accertato di tutte le arti, ma l’arte della parola ne è coinvolta forse a un livello più profondo: essa tenta una metamorfosi così radicale che è la natura stessa dell’immaginazione a essere messa in discussione. Così la poesia concreta prende l’avvio – nel suo processo di formazione – dai linguaggi tipici di altre arti, e in particolare delle arti plastiche: vuol farsi oggetto, si rifiuta alla lettura. Tutta la sua problematica acquista però significato soltanto se messa in relazione con la problematica degli altri settori: non si tratta cioè di una semplice convergenza di risultati, ma di una vera e propria identità sostanziale di comportamento metodologico. Questa apertura totale è essa stessa un metodo, in quanto offre all’operatore culturale una larga possibilità di previsione nei confronti della circolazione e dello scambio dei progetti. Si pensi che i primi esempi di poesia concreta sono stati realizzati quasi simultaneamente in Brasile, Svizzera ed Italia – rispettivamente dai fratelli De Campos, da Eugen Gomringer e da Carlo Belloli – e che il retroterra dell’avanguardia storica spiega soltanto parzialmente questa simultaneità: da una parte infatti si pensava a Pound, dall’altra invece al futurismo o al concretismo plastico. Già l’avanguardia storica aveva dato esempi sconcertanti di questo fenomeno, ma è soltanto con il dopoguerra che esso comincia a ripetersi sempre più frequentemente, sino a diventare abituale. Si tratta cioè di coincidenze che rivelano l’identità dell’intenzionalità di fondo. Quello che per decenni è stato soltanto un tentativo più o meno cosciente di uscire dall’ambito ristretto delle proprie abitudini metodologiche per “scoprire” nelle metodologie altrui il seme di nuovi impulsi può essere ormai considerato come l’unica via cosciente di creazione, anzi come l’unica via di creazione ancora aperta. Così i poeti qui presenti lavorano in tutto il mondo, con alle spalle tradizioni culturali diversissime, quando non opposte, in direzioni esemplarmente coincidenti. Il rapporto tra il loro lavoro e la ricerca plastica di Ezio Gribaudo è un rapporto fra due comportamenti metodologici sostanzialmente simili, e non il rapporto fra due prodotti staccati dal contesto dell’oggi e qui sperimentale. Nei logogrifi di Ezio Gribaudo la materia – non la materia al grado zero, ma la materia (industriale), come risultato di complessi procedimenti tecnici si fa, mediante un’operazione antiriduttiva, linguaggio; nelle opere di questi poeti e il linguaggio a farsi, con lo stesso procedimento antiriduttivo, materia. In entrambi i casi il momento privilegiato è quello della ricerca pura, che fa della qualità estetica soltanto una tappa del suo processo di penetrazione della realtà.