Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino – Dal 15 maggio al 15 luglio 2017

Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino – Dal 15 maggio al 15 luglio 2017

 Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino  Piazza  Carlo Alberto 3 10143 Torino 

Dal 15 maggio  al 15 luglio 2017

per leggere; per vedere 

Fra i testi di Matteo Marangoni Saper vedere (1933) è quello che fin dal titolo risulta il più evocativo, ovvero della triade dei suoi libri quello che si presta meno ad essere considerato solo una guida attraverso cui è possibile armarsi di coordinate per capire l’arte. Il libro di Marangoni richiama infatti un saper vedere che è già di per sé un’arte, capace di librarsi in spazi sconfinati, come scendere nel profondo dell’anima, trovando nelle pieghe del nostro io ciò che può condurre a risorse inaspettate. 

Saper guardare un’opera d’arte è importante quanto saperla ‘leggere’, considerato il verbo in tutta la sua ricchezza semantica. Leggere, qualunque significato si voglia dare al verbo, vuol dire capire di più: significa còlere, ossia coltivare mente ed animo per riuscire a partecipare attivamente alla vita, sottrarsi al declino, e perfino, in un sapiente equilibrio fra attaccamento e abbandono, saper morire. Sia che leggiamo un’opera d’arte sia che ci accingiamo a leggere un libro in entrambi i casi non ci si avvale pertanto della sola competenza alfabetica, intesa quale espressione minimale di comprensione, ma è necessario saper gestire conoscenze, intrecciarle organicamente fra di loro, ovvero saperle tessere. Ezio Gribaudo non a caso ha voluto intitolare il suo monumento per leggere; per vedere. Pagine di libro e pagine d’arte per Gribaudo si sono sempre fuse in un ineguagliabile afflato. Non va dimenticato che in un recente catalogo dedicato ai due Gribaudo, padre e figlia, si faceva riferimento al grande maestro torinese con un titolo che appare oggi ancora più emblematico di quanto non lo fosse allora. Dall’opera al libro; dal libro all’opera, così suona anche il rinvio alla mostra svoltasi a Taormina in una memorabile occasione, titolo nel quale si evidenzia il lungo e appassionato iter di Ezio Gribaudo con il libro e per il libro, che lo ha condotto in varie direzioni: dall’editoria al collezionismo, alla partecipazione sempre attiva per promuoverlo, per giungere infine a crearlo. Parliamo dunque di libro inteso in tutta la sua più profonda polivalenza e fenomenologia. Basti pensare alla sorta di divinatio insita nella passione di Gribaudo per il libro d’arte nella sua più larga accezione, per constatare come oggi tale tipologia, in particolare inverata nel catalogo, sia fra quelle che continuano a salvarsi dallo ‘tsunami automazione’, grazie a mostre ed esposizioni di vario tipo che si succedono sempre più numerose nel nostro Paese. Ed è poi nell’ambito della sua poetica di artista, la quale anche nell’intaglio si esprime con segni, essi stessi sempre e solo poesia, in grado di esaltare l’aspetto tecnico per il profondo sapere nel coniugare il pensiero con la mano, che Gribaudo fa sorgere il libro d’artista, o meglio il suo inno al libro, rivelando il fertile connubio, la forte interrelazione fra le ‘pagine’ interiori e la capacità di palesarle nelle sue magistrali epifanie. Non meraviglia pertanto che Gribaudo sia stato chiamato per lasciare un segno imperituro al libro nella sua città, Torino, che per prima ne ha suggellato il rapporto strettissimo, aprendo il Salone ad esso dedicato. Così come non meraviglia che nel monumento al libro, che si erge maestoso verso il cielo, si veda, o meglio si intraveda, bianco su bianco, nella declinazione che gli è propria, una sorta di sinopia ispirata all’Egitto, in grado di rinviare alla ulissiade anche del suo percorso esistenziale per leggere; per vedere. Si può ben dire che l’artista, con questa opera, lascia altresì un monito rivolto soprattutto ai giovani che varcheranno d’ora in poi la soglia della grande Biblioteca Nazionale Universitaria torinese, per indurli a preservare le pagine in qualunque loro espressione si presentino, finanche le più ascose. 

Maria Gioia Tavoni 

Un tempo lontano, nella leggerezza acquariana dello zefiro flower power, dal torchio tipografico, nacquero le farfalle lievi, ali in papier buvard, dei Logogrifi. Tuttora raccontano storie di farina bianca, che custodiscono la coscienza del lavoro manuale trasmutato in arte. Evanescenti ancelle del patriarca nocchiere Noah, Ezio Gribaudo del Diluvio, con lui abitano l’arca, edificio disegnato da Andrea Bruno (1974), nudo cemento armato in blocchi perpendicolari, vetrate panoramiche a volo su Torino, melting pot primevo e contemporaneo di Flani, Logogrifi, Concili (vaticanamente eretici), Dinosauri (ostinatamente laici). Cinguettano nelle gabbiette le creature dell’Archeologia incantata, libri, librini, quadri, fotografie, memorie transatlantiche, respirando l’assoluta fragranza di inchiostri e colori. 

In questo Nautilus aereo, a 88 anni, Gribaudo concepisce il Monumento al libro, elevandolo a personale metafora della Torre di Babele ‘…la cui cima tocchi il cielo e facciamoci un nome, per non disperderci su tutta la terra’ (Genesi 11, 1-9). Lo offre alle intemperie idolatre della polis, obelisco miliare a segnare le ciclopiche altezze del pensiero umano. Le magiche capacità dispersive delle incorporee pagine lepidottere, sciami di cavolaia minore (Pieris rapae), figlie di Psiche, ora vengono richiamate da questa antenna scolpita in pietra leccese, pila magnetica che cattura, esporta outdoor, la coscienza senile. 

Si tratta di sintesi granitica verso una civiltà architettonicamente solida, frutto intelligente dell’ape regina sedotta dalla musica poetica di Jorge Luis Borges. 

Scandisce quel movimento che va da Il giardino dei sentieri che si biforcano a La biblioteca di Babele ‘…l’universo, con la sua elegante dotazione di scaffali, di tomi enigmatici, di infaticabili scale per il viaggiatore e di latrine per il bibliotecario seduto, non può essere che l’opera di un dio’. 

La prossimità tra il divino e l’umano, per non disintegrarsi nel vuoto cosmico, va in qualche modo colmata con una elegia autunnale, jisei del patriarca Gribaudo. La vecchiaia è di per sé una struttura, gravità che raccoglie il peso e il senso di una intera esistenza. Una sull’altra sedimentano pagine scritte, le ossa diventano minerali calcarei, la fantasia vola sulle ali avatar dei Logogrifi

Questa scultura, sarcofaghi per libri, zigurrat senza tempo, evoca il monolite di 2001, A Space Odyssey, racchiude ogni forma di memoria, fantasia e possibilità. 

Il tempo che fugge, il passato irripetibile, le lacrime secche di ciò che sarebbe potuto, il sarcasmo senile di ciò che non è avvenuto, le innumerevoli storie lette e quelle vissute, si prendono cura di noi in questo santuario di cemento. 

Lapis philosophorum offerta alla civiltà dell’effimero, invito a penetrare la polpa dei carapaci silenziosi, là dove i fossili dell’intera umanità raccontano verità intramontabili. 

Quelle che Gribaudo osserva, severo e preoccupato, dall’alto della sua metafisica tolda di cemento sul mondo post Diluvio. 

Federico Audisio Di Somma 

 Secondo Jorge Luis Borges, la biblioteca ideale è eterna e infinita. È un concetto che si può spiegare scrivendo un racconto oppure, come Ezio Gribaudo, si può staccare dal muro un angolo tridimensionale della sua perfetta biblioteca e collocarla in una delle piazze più evocative di Torino. Il luogo è Piazza Carlo Alberto, davanti alla Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino, luogo deputato di conoscenza e sapere, sede di manoscritti di Antonio Vivaldi e dell’omonimo auditorium. 

La scultura presenta una pila di tomi enciclopedici in una linea verticale, in pietra leccese bianca, che è per l’artista tra i materiali scultorei tra i più idonei a dare una resa immaginale di uno degli strumenti conoscitivi più alti, ovvero il libro. In una lettera autografa del 23 gennaio 1969, Giorgio de Chirico aveva evidenziato la predilezione di Gribaudo per il bianco, definendolo un “leucofilo” in opposizione a Tintoretto, da considerarsi invece come un “melanofilo” per la sua scelta di usare tinte scure. Il bianco ha infatti rappresentato un intero capitolo nel lavoro dell’artista, soprattutto se pensiamo ai logogrifi, riconosciuti con il premio per la grafica alla XXXIII Biennale di Venezia del 1966. 

La collocazione dell’opera a Torino è ideale in quanto nel 1998 si aprono per la prima volta le porte del Salone Internazionale del Libro presso il Lingotto. Questa manifestazione annuale è tra le più importanti nel settore. Da molti anni l’editoria e il libro continuano ad essere le icone della storia culturale di Torino che non è solo legata all’industria automobilistica ma ha una collocazione di assoluto prestigio nell’industria libraria. La storia culturale del libro e la sua creazione sono particolarmente care a Gribaudo, che ha dedicato la sua vita all’editoria d’arte, e in particolare a una pregiata collezione di volumi rappresentativi delle voci più significative dell’arte moderna e contemporanea. Quasi come il bibliotecario ideale di un’idea umanistica di bellezza, l’artista ha creato un suo personale catalogo per una rosa di editori internazionali tra i quali Abrams, UTET e Fabbri, a partire dalle Edizioni d’Arte Fratelli Pozzo. 

Borges avrebbe commentato che Gribaudo è l’“Uomo del Libro” nell’aver ideato e preservato il libro perfetto, il libro del biancore assoluto che raccoglie il contenuto di tutti i volumi possibili o esistenti. Anche se, secondo Borges, il mondo è illimitato, non lo è il numero dei libri che contiene. 

La scultura presenta così un numero misurato di libri. Quello appoggiato al piedistallo genera tutti i successivi, posti in un ordine dall’aspetto apparentemente arbitrario, in realtà volto a indicare i quattro punti cardinali. Se per Borges, la biblioteca ideale era La biblioteca di Babele (1941), e per Umberto Eco in De Bibliotheca (1991), la University of Toronto Library, per Gribaudo il luogo ideale del libro sembra essere la Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino. 

Le biblioteche conservano e promuovono il linguaggio e la cultura in uno spazio di riflessione e sviluppo del pensiero che è tanto virtuale che reale (ogni volume apre un suo spazio che si va ad aggiungere allo spazio già esistente). Allo stesso modo, l’elevazione verticale della scultura evoca simbolicamente l’innalzamento della conoscenza. Per leggere; per vedere di Gribaudo è destinata a simboleggiare il ruolo fondamentale che la cultura libraria riveste nella vita della città di Torino. 

Victoria Surliuga 

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