Giorgetto Giugiaro – Prefazione di Ezio Gribaudo “Bianchi e Teatri – Antologia 1966 – 2006”

Ezio Gribaudo è un amico fraterno. L’amicizia è sentimento semplice e complesso insieme: si può essere amici per affinità elettive e si può essere amici istintivamente senza nutrire le stesse passioni. Quel che è certo è che non è l’automobile né il car design ad alimentare i nostri reciproci interessi. A Ezio le automobili piacciono poco. Guida malvolentieri e le considera marchingegni necessari per deambulare; se dedica loro qualche attenzione è perché è intrigato dai loro volumi, dalla loro massa in movimento e ne cataloga le interpretazioni offerte dagli artisti del Novecento. Quel che ci unisce è la passione per il gesto artistico e l’ammirazione per i percorsi di figure eccelse che hanno segnato la storia dell’arte contemporanea e che Ezio con geniale intuizione ha saputo avvicinare e frequentare con assiduità, recependone messaggi e stimoli e ricambiando confidenza e stima. Ezio è artista intuitivo, premonitore, coraggioso, libero battitore di poetiche e materiali inconsueti, colto e raffinato al punto da affidarsi agli effetti di impronte pressate sul bianco (i flani), di sabbie su jute, di polistiroli, di plexiglass, di fusioni, di pietre e di marmi fresati a piramide, di erbe erette a dinosauro, di immagini a stampa incollate su fondi ricchi di cromie e di rimandi, rivisitate dentro scenari mai irrazionali, mai onirici, mai casuali, imbrigliati da una logica di progetto di tipo matematico, architettonico. Ciò che stupisce in lui, e lo provo quando abbiamo modo di viaggiare insieme in terre lontane, è la sua capacità di riprodurre in tratti molto urgenti e rabbiosi ma insieme naturalistici, gli scenari, le figure che gli si prospettano per poi riconsiderare, al rientro nel suo studio ovattato, quei taccuini di viaggio come meri appunti da setacciare in chiave non più di cronista ma di artista, dopo il pesante avvento di altre arti moderne delegate a fissare e trasmettere emozioni: la fotografia, il cinema, la televisione e oggi i monitor del computer e del cellulare. Provo un profondo piacere nel percorrere gli ambienti dell’edificio che ho concepito come spazio espressivo dedicato alla creatività e alla funzionalità del mio mestiere. Penso che le colate dei bianchi delle pareti, delle scale, dei frontespizi, delle colonne trovino ragione e destinazione idonea proprio nell’esplicarsi come fondali e quinte, proprio nel momento delle mostre di arti figurative. L’esplosione dei colori e delle visioni oniriche del Carnevale di San Pietroburgo di Mihail Chemiakin e di contro le calme, rassicuranti, asettiche visioni spaziali in bianco/nero dei progetti di Isamu Noguchi avevano suggerito il percorso. Con la Mostra di Ezio Gribaudo siamo giunti a un momento di sintesi molto alto, a un raffinato equilibrio fatto di bianchi ( lavorati a due o tre volumi ma sempre incisi, scolpiti, fresati, portatori di diedri, di anfratti, di sinuosità) e di colori giocati a piena tela o a tasselli geometrici mai aggressivi bensì discreti, a comporre tematiche così coerenti da sembrare textures. Grazie all’amico Maestro ci innalziamo dai nostri travagli del quotidiano per avvicinare, per sfiorare quell’ aura di Paradiso in terra che abbiamo perduto sin dagli albori.

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