Lettera di Carlo Mariano Sartoris

Pomeriggio di vigilia, di Stampa e di mirtillo, tra le mura del tempio

 

Carissimo Ezio, avrei voluto scriverti ieri, modesto regalo di compleanno, ma stavo poco bene e non mi sono alzato dal letto. Sapevo che oggi sarei stato meglio, ed eccomi qui.

 

Giovedì è stata un’altra occasione in cui, percorrendo il tempo in tua compagnia, mi sono ritrovato a osservare le tante sfumature di un uomo talmente esclusivo dal rendersene intimamente conto.

Prima ancora di incontrarti, dopo aver letto l’articolo a te dedicato, avevo l’animo contento, poiché, sebbene la nostra conoscenza sia di piccola data, ho sempre pensato che, ciò che esprimi nelle tante, variegate tonalità della funambolica dialettica, debba essere patrimonio di tutti, perché tra ironia, facezie e conoscenza, tutte le volte ne ho raccolto sacrosante verità.

 

Quando sono entrato nel tuo tempio di quadri, cristallo e cemento poi, ho visto il volto di un uomo appagato, un volto radioso e bello come quando si attraversano quei momenti di cuore leggero e si vuol condividere la gioia di un momento speciale, e allora, ho iniziato a guardarti con delicata attenzione, perché sono fatto così, è più forte di me. Quasi come fosse un’opera d’arte in movimento, sono incuriosito dalle gestualità dei corpi e di cosa esprimono in certuni momenti, cosa che, sono certo, viene spontanea anche per te.

 

Ho osservato l’espressività del tuo volto antico e sapiente, il movimento lesto delle sopracciglia e soprattutto; avevi un bellissimo sorriso. Ogni tanto squillava il telefono: complimenti, felicitazioni e tanti auguri. Dalla piega delle rughe ricurve che ti circondano l’occhio, ancor prima del tono, traspariva il tenore della piacevolezza che ti suscitava la voce dall’altra parte del trillo.

Mi sei sembrato veramente in gran forma, rilassato e contento, ne avevi ben donde, l’articolo su La Stampa non deve essere una novità per te, ma questo mi sembra aver toccato non poche corde, forse mi sbaglio, ma avevi lo stesso, giocoso cipiglio, di come quando si riscuote un antico credito.

Mi sono cibato dell’atmosfera positiva che in questi casi, traspira, si diffonde, si espande e si travasa. Anche Carlo, gentilissimo nell’aiutarmi a salire in macchina, si vedeva che era molto contento e condivideva il bel momento.

 

Mi sono sentito piccolo e fortunato di poter essere lì, mentre tu, sempre disponibile, ascoltavi della mia amica ballerina, del suo progetto di danzar Picasso, e subito, ti si accendeva un’idea. Ne parlavo mentre mi sentivo stranamente bloccato, ipnotizzato da un’atmosfera densa e leggera, impregnata di piacevole, appagato pensiero: idee smascherate da un gesto, da un impulso, da un movimento delle tue incredibili mani, e in tutto questo contesto, ho sentito scorrere il benevolo affetto che hai nei miei confronti.

Sentivo che volevi condividere qualcosa con me: una bottiglia francese, una simbolica piramide, qualcosa insomma! È stato bello veder spuntare il mirtillo.

 

In tua compagnia, il tempo ha due velocità, scorre in fretta, ma in un minuto si accentrano: emozioni, racconti, aneddoti, progetti, idee e poi, rapidi, velati rimpianti. Ad un certo momento, giovedì, mentre l’articolo su La Stampa odorava ancora…di stampa, e mentre il compleanno si stava avvicinando, con il suo numero importante, ti è sfuggita una frase che mi ha toccato.

Hai guardato lontano e poi sussurrato: – sento bussare dietro l’angolo… ma come faccio a lasciare tutto questo?-. Poi, hai carezzato con lo sguardo il tuo splendido tempio destinato al bello, luogo che odora di vita fantastica, covo magico e intimamente tuo, del quale ho visto poco e già mi basta per capirti.

Ho sentito il petto farsi un po’ stretto e mi è mancata l’aria. Ancora una volta, con fugaci lemmi precisi, hai saputo dire tutto.

Il tempo che passa va sempre dalla stessa parte, è una direzione obbligata che accomuna tutti. Diverso è il tracciato che nell’andar del tempo, gli uomini hanno saputo dedicarsi, è una impegnativa differenza.

La consapevolezza di come saper stendere ogni bella tinta del vivere sul foglio dell’esistenza, rinnova l’istinto a trasformare ogni giorno in un’altra opera d’arte. L’idea di dover smettere un dì, è una fastidiosa interferenza.

Ancora suonava nella stanza l’amarezza della confidenza, che d’appresso, hai ricordato un caro amico di gioventù, sorridendo di goliardiche prodezze, facendoti subito molto triste, perché non c’è più.

 

È stato un momento toccante, in cui ho intravisto una sfumatura che il tuo essere così caleidoscopico maschera, ma talvolta zampilla.

Ricordare vecchi amici con i quali si è condiviso l’andar delle cose, del fare e del tempo è un pensiero tenero e profondo. Ho molto apprezzato. L’amicizia è una strana contrada affettiva, spesso più duratura e sincera dell’amore, poiché è rapporto intenso, ma senza scopo di “figa”, che è un grazioso, irresistibile elemento deviante. Ho immaginato che, per quel breve istante, lo hai visto com’eravate allora, riportando in vita più di un momento memorabile.

 

Un sorso al mirtillo talvolta è un trucco per interrompere i giochi di parola e di pensiero. Un’altra telefonata, due chiacchiere con Carlo e il pomeriggio è diventato sera. Tutte le volte vuoi lasciarmi con un gentile presente, ti sei intrufolato nell’ascensore e sei tornato con un piccolo pezzo della tua storia.

Sono un piemontese di quelli che si sentono sovente in imbarazzo, rimango depistato, ancor di più quando un oggetto sembra far parte di quel mondo incantato e mai più sarà lo stesso altrove. Mi piacerebbe poter ricambiare il gesto, sebbene di ben più umile e maldestro gesticolare, lo dico sfiorando le parole, ma amo figurare nella mente uno dei miei ghirigori sparsi di getto, poggiato accanto ai tuoi di lato.

Me li immagino nottetempo, come folletti di spruzzi e di colore, dialogare rapiti con dinosauri e pesci, con metaforiche piramidi, logogrifi, globi ipotetici, flani, candide sculture e tele, ascoltando da loro le loro storie. Storie come fai tu, di impulsi, ironie, sollazzi, di attimi potenti e pulsioni creative. E immaginare che si capiscono, opere in fondo, nate da officine di intenzioni “simili” tra loro.

 

Ho molto pensato sulla strada del ritorno. La scatola dei sogni mi ha restituito molto di più di quanto m’era stato dato d’immaginare 27 anni or sono, quando mi hanno spezzato il miglior congegno inventato per il gioco.

Ho giocato lo stesso, contando ogni giorno lo scorrere del tempo. Avevo un bel negozio d’arredamento in via Rovereto, e poi, il mio piccolo tempio, il mio studio: 25 m² vista sul cortile di un modesto caseggiato. Eppure era il mio intimo covo di matita, non li rividi più, e per questo forse capisco.

 

Non sei più un giovanotto, ci vedi di meno, ma sei una persona che di sicuro ha ancora molto di nuovo da dire e niente di meglio da fare. Giovedì eri raggiante, di ottimo umore, giovanile e scoppiettante più che mai, mi piace pensare che continuerai a rilanciare, a giocare le tue carte e a sparigliare il mazzo. Ho scommesso con me stesso che quello scopone con Marchionne lo giocherai ben presto. Non si può tirare indietro, è stato un colpo da Maestro. E qui ti saluto, con te, la tua famiglia, ringraziandoti dell’attenzione che mi dai. Non te l’ho detto prima, ma al teatro Erba, eri altrettanto raggiante. È stato il più bel gesto di amicizia, l’ho sentito, te ne sono grato e sei molto ricambiato. Queste ultime parole valgono un invito prima o poi: anche a Chieri abbiamo in frigo di tutto, Luciana è miope e non manca mai neppure il mirtillo!

Buona notte a tutti, Carlo.

Carlo Mariano Sartoris

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