Ezio Gribaudo | Lucio Cabutti – Ezio Gribaudo il peso del concreto – 1968
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Lucio Cabutti – Ezio Gribaudo il peso del concreto – 1968

Nell’attività di Ezio Gribaudo, l’opposizione tra l’ambiente naturale e quello tecnologico si risolve nettamente a vantaggio di quest’ultimo, ma senza escludere la possibilità di salvare, attraverso gli strumenti meccanici e la relativa spersonalizzazione, una libertà improvvisativa, inventiva ed emotiva, che ripropone una componente naturale, intesa questa volta come atteggiamento personale, come testimonianza di carattere: si tratta perciò di una posizione non romanticamente lacerata nel contrasto, ma propensa a una lucida conciliazione, che fa cadere l’accento sul nuovo ambiente artificiale e sulla strumentazione della produttività industriale, adoperando però le macchine come manifestazioni, di controllata vitalità, di serena naturalezza. In questo modo, nel riferimento alle forme e alle codificazioni tecnologiche, che sempre più intimamente costituiscono l’ambiente della vita quotidiana, l’operazione estetica ritrova e affronta con nuove tecniche antichi problemi e atteggiamenti, proiettandoli sul futuro: ne conseguono, in una metamorfosi continua di strutture visive, la liberazione del linguaggio grafico dalle abitudini e convenzioni d’uso, e il recupero dell’immaginazione nella allusione a un purismo neo-metafisico, fino a un ritorno alla contemplazione, che esclude nell’autonomia formale dell’esperienza ogni situazione di conflitto, sostituendola con l’impazienza e l’inquetudine dello sperimentare. Egli infatti – e non solo da oggi – ha sviluppato nel proprio lavoro una continua e non interrotta linea di ricerca, che permette di avvertire, attraverso le varie esperienze e i diversi settori di intervento, dalla grafica alla pittura e alla stessa attività editoriale, una continuita di atteggiamento, consistente in una vitalità impulsiva e in una libertà estemporanea, che di volta in volta si oggettivano in una gamma di manifestazioni, dalla più controllata tecnica grafica alla più sciolta esecuzione pittorica. Tale continuità di ricerca – ma anche di manifestazione istintiva del proprio temperamento – così manifestamente riconoscibile per chi ha assistito alla formazione e affermazione di Gribaudo dagl’inizi fino agli esiti più recenti, è giunta in questi ultimi anni a servirsi soprattutto di un riferimento tipicamente attuale: che non è più lo spazio naturale e neppure quello artificiale di un ambiente inteso come insieme di oggetti, ma piuttosto lo spazio – materico e mentale insieme – specifico di certi strumenti di comunicazione visiva, e in particolare della tecnica tipografica, derivata dalle fasi intermedie del processo riproduttivo, e applicata ad una significazione autonoma. Le forme generate dalle operazioni che precedono la stampa, scelte ed assunte oltrepassandone la finalità riproduttiva, diventano altrettante possibilità d’invenzione di fatti visivi, prodotti dal procedimento tecnologico inteso come strumento di ricerca estetica e non più soltanto di ripetizione “veristica”. I diversi dati visivi di partenza, da quelli informativi ai più informi, da quelli codificati nei vari linguaggi specializzati ai più misteriosi e simbolici, traducendosi in strumenti grafici si aprono già ad una visione differente, ulteriormente modificata nelle fasi successive: nella fotoincisione, la forma bidimensionale di partenza viene tradotta in tre dimensioni, in funzione d’una superficie inchiostrabile per la stampa, e attraverso altre elaborazioni e manipolazioni, trascrizioni per simmetria, scavi, pressioni (e qualche volta inchiostrazioni), giunge a tradursi in un bassorilievo cartaceo affidato alla luminosità dell’ambiente: cioè in una realtà nuova, creata quasi sempre per mezzo di una modificazione meccanica, che applicando una tecnica di comunicazione a scopi liberamente estetici anziché mimetici, ci introduce alla scoperta di nuove risonanze e ridondanze del dato visivo, verso altre possibilità percettive e l’oggetto risultante, e ancora di più la sua visibilità intesa come rilievo nello spazio, ridiventano in tale modo segni disponibili, campi di informazioni riproposti a una ricognizione immaginativa, che può culminare in ipotesi “enigmistiche” (come sottolineano alcuni titoli) e fantasiose, interne però sempre all’oggettività e alla perfezione formale dell’operazione, in una sintesi tra la vitalità impulsiva dell’improvvisazione e l’eleganza e il rigore della configurazione tecnologica.