Ezio Gribaudo | Per Gribaudo l’omaggio di NewYork
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Per Gribaudo l’omaggio di NewYork

Una personale del Maestro torinese all’Istituto Italiano di Cultura

Buon compleanno (il pallottoliere dell’anagrafe domani segnerà 84) e buon viaggio. L’antico ragazzo che è Ezio Gribaudo festeggia non oziando, sfogliando un’agenda così fitta, così spalancata al futuro. A New York, Istituto Italiano di Cultura, inaugurerà una «personale» nei mesi venturi. Ricordando un lontano, mai trascorso omaggio, correva il 1981: uno fra i suoi maggiori biglietti di visita, il logogrifo, appariva alla E. Nakhamkin Gallery, in catalogo testi di Graham Sutherland e Jean Dubuffet. Altorilievi scavati nel tiglio, il legno che inebria la città natale del Maestro, Torino, come mise in versi un dandy poco fa, Franco Antonicelli: «A pieno giugno / la stordiscono i tigli e lei nei sensi / lontana da memorie oh regina che è donna / si abbandona».

Di qua e di là dell’oceano, obbedendo alla necessità indigena di chinarsi e creare, di lasciare una testimonianza, di quotidianamente, crocianamente, «rispondere celiando (ma non sarebbe una celia sciocca)» all’interrogativo di sempre: «Che cos’è l’arte?». Ed ecco alleFonderie Limone diMoncalieri un ventaglio di sculture, bronzei rintocchi degli anni Settanta. E in un giardino volterrianamente accudito un dinosauro che Borges accoglierebbe nella privatissima zoologia fantastica. E’ un hidalgo, Ezio Gribaudo, una figura spagnolesca, una creatura lancia in resta contro gli «inverni della cultura » toccatici in sorte, come sa impennarsi un’ulteriore – e quindi salvifica – anima furiosa del nostro tempo, Jean  Clair. Riconoscendo tout de suite le affinità, di avventura in avventura nell’universo mondo, da Mihail Chemiakin a Pierre Alechinsky, da Henry Moore sulle rotte versiliesi al «surrealista borghese» Joan Miró, dal teutonico Hartung al «macchiaiolo» Tápies, da Giorgio De Chirico (con il pictor optimus meditando, chissà, sulla città pomeridiana che pulsa sotto la Mole) all’olandese volante Karel Appel, che lo ritrarrà coriandolescamente, da Lucio Fontana, che di cartolina in cartolina lo reclamava nella Grande Mela, al bostoniano Conrad Marca-Relli, prediligendo le atmosfere jazz, tendendo l’orecchio a un «a solo» di Woody Allen.

Ezio Gribaudo, «un piemontese e spiemontizzato », un cittadino di dappertutto, un alfiere del bianco, la smisurata scommessa che il colore sovranamente muto, ma non ostile, è (ricordando le vie subalpine mute, ma non ostili, di Carlo Mollino), il medium di una natura silente – dopo il diluvio degli ultimi naturalisti – un cavaliere delle superfici appena increspate, il demiurgo di un teatro della memoria, tra farfalle orfane di Gozzano, cavalli che si sono ribellati ai monumenti, mani magrittiane, una dadaistica uscita di sicurezza, mille volte sfarinando l’ora esatta, montalianamente sillabando di fronte alla gabbia: «Invidio la cicogna che se va sa dove va e dove tornerà».

BRUNO QUARANTA

Fonte:  LASTAMPA MERCOLEDÌ 9 GENNAIO 2013

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